CIO’ CHE SI RIPETE

Dinamiche che inesorabilmente si ripetono. Le stesse immagini, gli stessi schemi, lo stesso mito.
Magari cambiano i contesti, le persone coinvolte, le età, eppure la storia è la stessa: un disco che si incanta sullo stesso punto, un loop nel quale siamo bloccati e coinvolti, un nodo che si ripresenta, lo stesso di sempre.

Non lo abbiamo veramente guardato, non lo abbiamo veramente digerito. Non ci siamo veramente fermati a sentire e vedere ciò che c’è dentro, non abbiamo rilasciato le emozioni, non abbiamo compiuto il nostro dono per cambiare.
E il nuovo che immaginiamo o diciamo di desiderare sembra sempre irraggiungibile, con la frustrazione che questo impedimento comporta.

Magari ci lamentiamo per quel destino avverso, magari diamo la colpa all’altro e ci sentiamo vittime, magari ci aspettiamo che qualcosa o qualcuno vengano a salvarci, ma la cosa non cambia comunque: stiamo scavando una fossa ancora più profonda.

Ogni volta che quello stato di cose si ripropone abbiamo l’opportunità di portare a compimento un’azione che non abbiamo fatto quando si è originata quell’immagine, spesso in un momento molto antico, in cui non eravamo coscienti, siamo stati presi alla sprovvista, abbiamo rigettato nell’ombra tutta una serie di emozioni che per noi era troppo sentire, abbiamo creato un legame di fedeltà, una convinzione, quello che in oriente viene chiamato samskara, un’impressione psichica profonda.

Bhavacakra

Durante il ciclo di morti e rinascite l’anima trattiene con sé il corpo sottile. Il Karma contiene le impressioni di esperienze accumulate nelle vite precedenti (samskara) che determinano l’orientamento dell’essere incarnato nella vita presente. Tali impressioni una volta pervenute attraverso gli organi dei sensi, penetrano nella mente esteriore, nella mente intermedia, per poi passare alla mente profonda, inaccessibile all’io cosciente.
Qui creano “solchi” nella psiche, i samskara appunto, i quali sono tracce di memoria, residui latenti, all’origine delle tendenze e degli automatismi mentali, estremamente difficili da estirpare proprio perché radicati a livello inconscio. Sono gli aggregati psichici o samskara che generano le tendenze caratteriali e costituiscono la base sommersa della personalità, quella che caratterizzerà il soggetto anche nella vita successiva.

Continuiamo a proiettare fuori lo stesso vissuto, che non è stato “ucciso”. E’ ancora lì, che aspetta la nostra digestione e la nostra consapevolezza.. che aspetta quell’azione di compimento che risolverebbe la questione per portarci su altri piani e livelli, a poter vivere altre cose.

Spesso si manifesta questo bisogno nella relazione: dobbiamo compiere quell’atto che ci permette di uscire dal loop nel quale ogni volta cadiamo e che continua a ripresentarsi. Riconoscere il mito, l’immagine originaria, l’esperienza dalla quale è nata tutta questa serie di eventi uguali a se stessi è il fondamento.

Dobbiamo riconfrontarci con ciò che abbiamo introiettato in quell’esperienza, con tutto ciò che non abbiamo veramente riconosciuto, con tutto ciò che non abbiamo detto o fatto, portando a compimento quel movimento interrotto che ci libera.

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Vasana è la risultante delle forze interagenti tra i vari samskara, è la traccia psichica che si esprime attraverso preferenze, gusti, propensioni, attitudini e modalità di comportamento i quali provano che una persona non giunge dal nulla, ma si porta dietro un cospicuo bagaglio esperienziale accumulato di vita in vita. L’unica forza opponibile a quella potentemente condizionante e altrimenti invariabile della tendenza è la forza di volontà, con la quale è possibile arginare e riorientare le vasana distruttive e rafforzare i comportamenti positivi già acquisiti e propedeutici alla evoluzione psichica e spirituale dell’essere umano.

Capire, analizzare, misurare non risolve le cose: c’è qualcosa di pratico, di viscerale, di concreto che dobbiamo fare per tagliare quella coazione a ripetere. In questo è richiesto di esserci con tutti noi stessi, con l’intenzione, la volontà, la presenza, il coraggio. Ci è richiesto di uscire dalla zona di confort, di riconoscere cosa ci raccontiamo per non affrontare veramente quel tema, di prendere atto del limite che è in noi.

Spesso, ciò che ci impedisce di guardare veramente e liberarci, è la paura. La paura di toccare qualcosa del nostro profondo, di metterci in discussione, di riconoscere dentro di noi l’origine di ciò che viviamo, che proiettiamo all’esterno. Nel nostro addormentamento ci fa comodo credere che ciò che accade si origini da fuori, da una causa esterna, che non dipenda veramente da noi, che non lo creiamo. Non riusciamo a toccare quel nucleo dal quale sgorga l’esperienza, come specchio del nostro universo psichico interiore, per gran parte inconscio.

Un cambio di prospettiva che ci richiede di prenderci la briga di guardarci dentro, di confrontarci con il sentito, con le emozioni, per riconoscerle, dar loro un nome; stare davanti alle immagini terrifiche che abbiamo dentro e che creano la nostra realtà, attraverso accadimenti, persone specifiche, esperienze che anche se non ci piacciono e rigettiamo, rifiutandole, hanno comunque origine nei meandri della nostra psiche. E’ il rapporto con queste, che siamo chiamati a cambiare. Sfuggire a questo è un’illusione: prima o poi dobbiamo sempre farci i conti.

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Per cambiare il rapporto con queste immagini, per trasvalutarle dopo averle riconosciute, dobbiamo fare un’azione: forse c’è un attaccamento, una comodità, una convinzione che ci stiamo tenendo stretti, una fedeltà che possiamo lasciar andare. Forse c’è un atto rituale simbolico che può ristabilire un ordine sacro. Forse c’è un cerchio da chiudere, qualcosa di non visto da onorare, un ciclo da compiere, un’offerta da fare.

Erica Aletheia

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